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Le cento maschere della viltà.

A volte la realtà è ingannevole; spesse volte talune persone ne traggono giovamento. Non fa danno a tutti questo imbroglio.

Vestire a lutto una serata di festa è cosa sempre riprovevole, ma almeno è chiara a ciascuno; accade quando la festa di un paese viene orribilmente turbata da un fatto di sangue.

Accade poi che un’ingiustizia e una prepotenza portino l’abito e la maschera della virtù e del valore. Questo comportamento in Sardegna lo abbiamo patito per secoli, sempre dominati peraltro da potenze straniere come gli Spagnoli, i Piemontesi, ma ancor prima di loro i punici e i Romani: non si può mai o quasi parlare in questi casi di uno “scambio di civiltà” oppure “incontro fra diversi popoli e diverse civiltà”, ma sempre di vere e proprie dominazioni. Ebbene la viltà che porta la maschera di una virtù trae in un inganno. Non si vuole qui ispirare sentimenti di odio verso nessuno, ma sia dato almeno di parlare e scrivere di detti camuffamenti, non facili da intuire, difficili a essere svelati. Il tema del mio libro "Luci barbaricine" si sviluppa nella Sardegna centrale, ma parla di cose che possono accadere ovunque e in ogni tempo. Questo tema è anche il filo logico dell’opera, dove viene narrata una galleria di personaggi che con le loro azioni

e comportamenti danno respiro e vitalità a delle realtà nascoste. La trama di queste realtà si risolve a volte in modo positivo con note di coraggio e valore, a volte in modo drammatico. E questo respiro vive nelle case, nelle campagne, nei discorsi sempre molto misurati che si scambiano nei bar o nella piazza del paese; questo paese è frutto di fantasia, tant’è che mai si dice il nome; lo ho immaginato nella Sardegna barbaricina.


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